
In coda, il veleno. Fabrizio Cicchitto, al termine del suo intervento sul milleproroghe, annuncia l’assalto finale a Fini: «Lei, presidente, si trova in una situazione di contrasto, di contraddizione, fra la sua figura di presidente della Camera e il suo ruolo politico, un contrasto che rende la situazione istituzionalmente insostenibile».
E poco importa che il momento solenne si tramuta in un divertente siparietto. Silvio Berlusconi, che ha appena scherzato sul «bunga bunga» in conferenza stampa, entra in Aula proprio in quel momento. E Gianfranco Fini, non trattiene il sarcasmo: «Sì onorevole Cicchitto, la situazione è istituzionalmente insostenibile».
Poco importa, perché l’ordine è partito. La richiesta di dimissioni di Fini da presidente della Camera, nei prossimi giorni, sarà asfissiante. Il premier è furioso. Tanto che trasforma la riunione con tutte le sue parlamentari in uno sfogatoio. Contro i giudici: «C’è una parte di magistratura che vuole solo farmi fuori, si muove ormai oltre i confini dello Stato di diritto». Contro i loro referenti parlamentari: «Qui alla Camera ci viene impedito di portare avanti i provvedimenti. Quando invece una legge passa viene bocciata dalla Consulta. Ora dobbiamo reagire, spiegare alla gente quello che facciamo, parlare del nostro lavoro». E più della manifestazione delle donne, sabato prossimo, più di una sua presenza televisiva, per il premier la reazione è una sola, lo scalpo di Fini: «Ma quali regolamenti - sbotta il premier coi suoi - quello non può farsi scudo di questa roba. Politicamente siamo all’indecenza, si deve dimettere. Sono stufo, stu-fo».
Per l’assalto finale a Fini capigruppo e triumviri hanno sottoposto al Capo un ventaglio di opzioni. Con una avvertenza: evitare di commettere gaffe che possano indispettire il Colle, visto che il momento sulla giustizia è delicato, e i rapporti tra Quirinale e palazzo Chigi non sono affatto idilliaci. E non è un caso che ieri, quando molti ex aennini hanno proposto di uscire dall’Aula in segno di protesta verso Fini, il capogruppo del Pdl ha invitato tutti alla calma. Niente gesti da curva. Tre le ipotesi, messe a punto dallo stato maggiore del Pdl: una mozione di sfiducia, simbolica, al presidente della Camera; un appello al presidente della Repubblica, firmato da tutti i parlamentari di maggioranza per sottolineare l’anomalia istituzionale e invocare un suo intervento; un documento, sempre firmato dai parlamentari, di denuncia politica. È questa la soluzione scelta, al momento, proprio per evitare ulteriori imbarazzi col Colle.
Però, sia pur con diplomazia, il disagio su Fini è stato recapitato al Colle. Raccontano a palazzo Chigi che ieri Gianni Letta ha «sollevato il problema col Quirinale» con discrezione ma anche con fermezza. Certo, questo il ragionamento, esistono regolamenti, ma esiste anche uno stile nell’interpretare il proprio ruolo di presidente della Camera. E Fini è andato ben oltre, spogliandosi dei panni di garante super partes.
Proprio la telefonata di Letta è stata decisiva per scegliere, delle tre soluzioni, quella che lascia fuori il Colle. Perché il capo dello Stato non ha alcuna intenzione di intervenire, finché il dibattito rimane nell’ambito del confronto politico, anche aspro. E poi la presidenza della Camera ha una propria disciplina e un proprio regolamento che non consentono, e non legittimano, censure di tipo politico. Non solo. C’è anche un altro elemento delicato. Qualora venisse chiamato in causa, Napolitano valuterebbe con scrupolo, prima ancora della questione istituzionale che riguarda Fini, un’altra questione istituzionale: la correttezza dell’eventuale richiesta verso la presidenza della Repubblica. Tutto, questa la posizione del Colle, deve rimanere nell’ambito del rispetto delle regole, senza trascinare le istituzioni in una corrida.
Già, la corrida. Di fatto, è iniziata, a giudicare dai toni dei berlusconiani, dopo che Fini ha sospeso la seduta di ieri per mancanza di membri del governo: «La guerra personale del presidente della Camera contro il governo - dice Osvaldo Napoli - ha conosciuto oggi un drammatico inasprimento. Fini ha trasformato la presidenza della Camera in una trincea politica da cui conduce le operazioni contro la maggioranza». E la road map sulla giustizia non aiuta i fautori della via diplomatica. Per evitare le toghe milanesi il premier ha deciso che la prossima settimana sarà sollevato il conflitto di attribuzioni alla Camera. Coinvolgendo così il parlamento nei suoi guai giudiziari. È proprio la via su cui il Colle ha sollevato più di una perplessità. Ma finché c’è maggioranza il Cavaliere confida di reggere lo scontro. E i numeri aumentano. Oggi, al Senato, nasce il gruppo dei responsabili: quattro fuoriusciti da Fli, la Poli Bortone, Castiglione, Villari, Massidda di ritorno dal misto e due prestiti del Pdl.