sabato 26 febbraio 2011

La furia di Gheddafi alla piazza: "Chi non è con me deve morire"



Il Colonnello ricompare per
arringare la folla dei suoi fedeli:
"Ho aperto gli arsenali, andate a
prendere le armi, li uccideremo"

GUIDO RUOTOLO
INVIATO A TRIPOLI
Ormai è soltanto questione di ore, forse di giorni. Gheddafi ieri sera ha arringato i suoi, incitando il popolo alla resistenza, a riconquistare millimetro dopo millimetro il terreno perso. «Sarà un inferno. Chi non mi ama non merita la vita. Abbiamo sconfitto gli invasori italiani e sconfiggeremo ogni tentativo straniero».

Apriremo i depositi d’armi - ha urlato alla folla per armare il popolo, per uccidere chi protesta». Tripoli rischia di trasformarsi in una moderna Stalingrado, con migliaia di miliziani lealisti armati per le strade, pronti a difendere la città. Il baratro della guerra civile è a un passo.

A che serve ormai testimoniare che l’aeroporto militare non è passato con i rivoltosi, che in città non si combatte ancora, che il video del cimitero delle fosse comuni mostrato a mezzo mondo è vecchio, e si riferiva ai suoi lavori di ristrutturazione? Chi farà caso a queste «rettifiche»? Ormai tutto è segnato. I funzionari del ministero degli Esteri che ci portano in giro provano a convincerci della «grande disinformazione» in campo.

In alcuni casi sarà anche vero. Rimane l’isolamento di Gheddafi, ormai asserragliato nella sua Tripoli, ma che - secondo fonti inglesi - avrebbe la scorsa settimana depositato 3 miliardi di dollari su un conto di un broker di Mayfair nel cuore di Londra.

Si diffonde la notizia che il Leader è morto, mentre i media internazionali lo danno all’estero, così come alcuni dei suoi figli: in Venezuela, oppure passati con i ribelli, mentre all’estero prosegue la processione delle defezioni degli ambasciatori del regime. Neppure un’ora dopo il Colonnello si materializza in Piazza Verde, la piazza della rivoluzione, e bolla i giornalisti come «cani». Dal castello, con un colbacco militare in testa arringa il suo popolo. Le agenzie di stampa internazionali parlano di combattimenti in città. La sensazione è che più di combattimenti si sia trattato di varie manifestazioni di protesta. Ma la giornata riserva ancora tante altre sorprese. L’aeroporto di Mittiga, l’ex scalo Usa, sarebbe stato occupato dai rivoltosi. A bordo del pulmino messoci a disposizione dal ministero degli Esteri andiamo verso Mittiga. Sulla strada tanti posti di blocco, le macchine vengono fatte accostare, i miliziani fanno aprire i portabagagli. Da un certo punto in poi la strada è deserta, come se fosse inibito il passaggio delle auto. Sul selciato ad un certo punto si vedono tracce di scontri: sassi, blocchi di pietre, cartelli rovesciati. Non riusciamo a vedere tracce di sangue (dunque non possiamo escluderlo). Non possiamo escludere cioè che ci siano stati combattimenti sanguinosi. Proseguiamo, ecco finalmente la grande rotonda: da un lato la base militare, dall’altro l’aeroporto Mittiga. Apparentemente non si vede niente. Ma la storia è segnata, il destino del Leader pure. Combatterà fino alla fine, però. Proverà a riconquistare «ogni pezzo di territorio libico», a sconfiggere «i rivoltosi come abbiamo sconfitto gli italiani». Muammar Gheddafi non può negarlo, questa volta sarà guerra civile perché i suoi nemici sono sangue del suo sangue, popoli e tribù della sua Libia.

Dietro le rivolte possono anche esserci interessi stranieri o spinte religiose integraliste. Oggi la situazione è «pragmatica», non si può escludere nulla, ma sono stati i figli di questa terra che si sono mossi per primi gridando di voler sconfiggere il dittatore, il Leader della rivoluzione.

È venerdì, giorno di festa per il popolo musulmano. Piazza Algeria, dentro la Tripoli coloniale. Il vecchio Duomo è stato ristrutturato e oggi è la Moschea dell’Istituto islamico. Sono le 2 del pomeriggio, il rito è concluso, i fedeli sciamano fuori. Saranno cento, forse qualcuno in più. Si fermano tutti sulle scale della Moschea. Gridano slogan religiosi, tendendo le braccia. Il tutto dura cinque minuti. Poi si muovono in corteo puntando dritti alla strada che porta in piazza Verde. La imboccano, saranno in tutto 200 metri. Si sentono colpi di fucile. Una mitragliata secca. Il fuggi fuggi e il corteo che indietreggia. C’è chi parla di un morto e di diversi feriti.

Noi giornalisti eravamo rimasti in Piazza Algeria, sotto la Moschea. Abbiamo sentito solo la mitragliata e visto la gente fuggire. La versione ufficiale parla di colpi sparati in aria dalla polizia per non far scontrare un gruppo di sostenitori di Gheddafi con gli integralisti religiosi.

Scontri si segnalano in diverse zone della città. È difficile verificare la fondatezza di queste notizie. Gli alberghi chiudono uno dopo l’altro, le ambasciate lavorano sotto traccia. La nostra è impegnata a evacuare i connazionali sparsi fra pozzi di petrolio dell’Eni e varie località. L’ambasciatore Vincenzo Schioppa, i suoi diplomatici e il personale fanno l’impossibile. La sede diplomatica americana ha chiuso l’attività ed evacuato ieri sera il personale, del quale in questo momento «è impossibile garantire la sicurezza».

Quanto è lontana da qui persino Lampedusa. Non c’entra molto il fatto che il mare sia in condizioni proibitive: decine di migliaia di africani - che appena sbarcano in Italia sono solo clandestini - in realtà stanno cercando di tornare a casa. L’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) che ha un ufficio a Tripoli sostiene che ai posti di frontiere con l’Egitto, la Tunisia e il Niger siano passati o stiano per farlo circa 50 mila profughi, anche e soprattutto di nazionalità straniere. Scappano dalla Libia, anche perché rischiano di essere presi per mercenari.

Piazza Verde. Alle 17 è un ingorgo di auto di fedeli al raiss. Famiglie intere arrivano in piazza, donne baciano il faccione di Gheddafi, bambini con le bandiere verdi. È come se partecipassero tutti a una fiera, mentre le amazzoni, giovani militari in tuta mimetica, ai bordi della piazza controllano tutti. Poi arriva lui, il leader. È un boato, un tripudio. «Eccomi. Guardatemi. Ballate, cantate e siate felici». Arringa, Gheddafi, la sua platea: «Guarda Europa. Guarda America, questo è il popolo libico, la rivoluzione ha resuscitato Omar Al Muktar (il capo dei ribelli della Cirenaica impiccato dagli italiani nel 1931, ndr), combatteremo per la terra di Libia». Il popolo si scalda, le milizie si armano. Cala la notte. Seif al Islam, il secondogenito di Gheddafi, annuncia in un discorso televisivo che all’esercito rimasto fedele al governo è stato ordinato di fermarsi per poter avviare negoziati con i «ribelli». Seif afferma di sperare in un accordo pacifico per «domani», cioè per oggi. Ma quella che scende resta una notte di paura.