«Nessuno canterà né ballerà con te finché non sarai morto»: la risposta di un gruppo di giovani oppositori all'ultima, surreale apparizione di Muammar Gheddafi arriva con la rapidità di Twitter. Si spara nei quartieri di Tripoli, al termine della preghiera del venerdì, è impossibile calcolare il numero delle vittime ma ormai il controllo del raìs inizia a sgretolarsi anche nella capitale. Eppure lui compare sulle antiche mura, sono le sette di sera; si rivolge ai sostenitori convocati nella Piazza Verde e lancia la sua sfida: «Possiamo schiacciare qualunque nemico. Quando sarà necessario, apriremo gli arsenali per armare il popolo e le tribù. Questo è il popolo che ha messo l'Italia in ginocchio». Gheddafi lancia baci, scuote il pugno, davanti a lui la gente sventola le bandiere verdi, promette di seguirlo mentre lui esorta drammatico: «Siate pronti a combattere per la Libia! Siate pronti a lottare con dignità! Siate pronti a combattere per il petrolio! Dovete danzare, cantare, prepararvi. Muammar Gheddafi è con voi!».
Lungo la catena di rivolte nordafricane il venerdì ha assunto ormai un significato simbolico che va al di là della religione: è il giorno della caduta del tunisino Ben Alì, dell'egiziano Mubarak. «Anche Gheddafi cadrà questo venerdì», si sente dire a Bengasi, come racconta - in un altro tweet - l'inviato della Cnn. Da Bengasi, culla della rivolta nella Libia ormai considerata feudo dei ribelli, parla Tareq Saad al-Hussein, uno dei sette colonnelli che hanno preso il comando della rivolta: «Abbiamo un piano per far cadere Tripoli - ha detto al Wall Street Journal - non ci fermeremo finché non avremo liberato tutto il paese».
È stato proprio al-Hussein - insieme al leader della rivolta di Tobruk, generale Suleiman Mahmud al-Obeidi - a contattare le grandi aziende internazionali presenti in Libia: al-Hussein e al-Obeidi fanno parte dell'élite civile e militare libica che sta discutendo la formazione di un consiglio direttivo che, deposto Gheddafi, assumerebbe la gestione del paese. Al raìs viene rivolto un avvertimento: «Se si consegna a noi avrà un processo regolare», hanno detto i due uomini ai loro interlocutori, lasciando intendere la diversa sorte di un Gheddafi in mano a bande irregolari di rivoltosi.
A Tripoli i giornalisti stranieri vengono costretti a restare in albergo - «cani», li ha chiamati Gheddafi. La cronaca di queste ore drammatiche nella capitale è affidata ai messaggi lanciati dai residenti: «Le milizie e i sostenitori di Gheddafi - scrive uno di loro alla Bbc - hanno armi pesanti. Non permettono alla gente di riunirsi. Hanno fatto un massacro...ci sono corpi nelle strade, nessuno può prenderli. Usano le ambulanze per sparare alla gente - potete crederlo? Usano artiglieria anti-aerea. Sparano in continuazione. Questa è zona civile ma sembra di essere in zona di guerra». In un tentativo estremo di mantenere stretto il potere, il regime del Colonnello ha ordinato una raffica di aumenti salariali, sussidi alimentari e bonus da 400 dollari per ogni famiglia.
«Abbiamo piani A, B e C - aveva scandito uno dei figli di Gheddafi, Saif al-Islam alla Cnn turca - il piano A è vivere e morire in Libia. Il piano B è vivere e morire in Libia. Il piano C è vivere e morire in Libia». Ma le forze dell'opposizione si avvicinano al bunker dove è asserragliato Gheddafi, Bab al-Aziziya. In mano ai ribelli sarebbe caduto uno scalo aereo presso la città e al-Zawiya, terminal petrolifero a 50 km da Tripoli. Il cerchio che si stringe sta forse spingendo il regime verso una disponibilità inedita a negoziare: «L'esercito ha deciso di non attaccare i terroristi - ha detto ancora Saif ai giornalisti scortati a Tripoli - daremo una chance alle trattative. Ci auguriamo di farlo domani».

Lungo la catena di rivolte nordafricane il venerdì ha assunto ormai un significato simbolico che va al di là della religione: è il giorno della caduta del tunisino Ben Alì, dell'egiziano Mubarak. «Anche Gheddafi cadrà questo venerdì», si sente dire a Bengasi, come racconta - in un altro tweet - l'inviato della Cnn. Da Bengasi, culla della rivolta nella Libia ormai considerata feudo dei ribelli, parla Tareq Saad al-Hussein, uno dei sette colonnelli che hanno preso il comando della rivolta: «Abbiamo un piano per far cadere Tripoli - ha detto al Wall Street Journal - non ci fermeremo finché non avremo liberato tutto il paese».
È stato proprio al-Hussein - insieme al leader della rivolta di Tobruk, generale Suleiman Mahmud al-Obeidi - a contattare le grandi aziende internazionali presenti in Libia: al-Hussein e al-Obeidi fanno parte dell'élite civile e militare libica che sta discutendo la formazione di un consiglio direttivo che, deposto Gheddafi, assumerebbe la gestione del paese. Al raìs viene rivolto un avvertimento: «Se si consegna a noi avrà un processo regolare», hanno detto i due uomini ai loro interlocutori, lasciando intendere la diversa sorte di un Gheddafi in mano a bande irregolari di rivoltosi.
A Tripoli i giornalisti stranieri vengono costretti a restare in albergo - «cani», li ha chiamati Gheddafi. La cronaca di queste ore drammatiche nella capitale è affidata ai messaggi lanciati dai residenti: «Le milizie e i sostenitori di Gheddafi - scrive uno di loro alla Bbc - hanno armi pesanti. Non permettono alla gente di riunirsi. Hanno fatto un massacro...ci sono corpi nelle strade, nessuno può prenderli. Usano le ambulanze per sparare alla gente - potete crederlo? Usano artiglieria anti-aerea. Sparano in continuazione. Questa è zona civile ma sembra di essere in zona di guerra». In un tentativo estremo di mantenere stretto il potere, il regime del Colonnello ha ordinato una raffica di aumenti salariali, sussidi alimentari e bonus da 400 dollari per ogni famiglia.
«Abbiamo piani A, B e C - aveva scandito uno dei figli di Gheddafi, Saif al-Islam alla Cnn turca - il piano A è vivere e morire in Libia. Il piano B è vivere e morire in Libia. Il piano C è vivere e morire in Libia». Ma le forze dell'opposizione si avvicinano al bunker dove è asserragliato Gheddafi, Bab al-Aziziya. In mano ai ribelli sarebbe caduto uno scalo aereo presso la città e al-Zawiya, terminal petrolifero a 50 km da Tripoli. Il cerchio che si stringe sta forse spingendo il regime verso una disponibilità inedita a negoziare: «L'esercito ha deciso di non attaccare i terroristi - ha detto ancora Saif ai giornalisti scortati a Tripoli - daremo una chance alle trattative. Ci auguriamo di farlo domani».
