Il governo libico annuncia continui arruolamenti, bombe su Ajdabiya, 250 km a sudovest della citta' ribelle. I Rappresentanti delle tribu': 'Fermare il bagno di sangue'. Pro-Gheddafi, presa Zuwarah. Faccia a faccia Clinton-Sarkozy. Bankitalia 'commissaria' banca Ubae, tra soci anche italiani.
Una postazione di ribelli libici
Tripoli, 14-03-2011
Un Paese in armi per sconfiggere Al Qaida e impedire che gli occidentali mettano le mani sul petrolio, le truppe corazzate guidate da Khamis Gheddafi che avanzano inesorabili verso Ajdabiya, ultima roccaforte degli insorti prima di Bengasi, ma anche le tribu' riunite nel comitato per il dialogo che chiedono di fermare il bagno di sangue e impedire la guerra civile: e' la Libia oggi, a quasi un mese dall'inizio dei disordini.
A poco piu' di 200 km a sud del capoluogo della Cirenaica infuriano i combattimenti: poco lontano da Ajdabiya la 32/a Brigata tenta di farsi strada, coadiuvata da altre forze d'elite, con le cittadine nei dintorni che issano la bandiera verde dei fedeli di Muammar Gheddafi, come a Solluq, mentre una sollevazione a ovest di Tripoli, a Zuwarah poco lontano dal confine con la Tunisia, e' stata domata da un migliaio di sostenitori del governo.
La vittoria e' vicina, scommettono in molti. "Bisogna fermare il bagno di sangue ora, impedire la guerra civile e scongiurare l'intervento straniero", ha detto Bashir Ali Tammani, capo del Consiglio per il dialogo, rappresentativo delle tribu' del Paese e nato per trovare una soluzione alla crisi. "Ci sono persone che hanno richieste legittime, e con loro e' necessario dialogare", ma anche un "movimento armato che si e' fatto coinvolgere nella violenza da altri che vogliono solo dividere il Paese".
La Libia fino a poco tempo fa era una nazione "sicura, senza tribu' o gruppi divisi, una sola famiglia", ha sottolineato il capo del consiglio, ricordando che l'organismo "non rappresenta lo Stato libico ma il popolo". Un altro pezzo del Paese pero' si arma, e si prepara alla battaglia finale per Bengasi: "Ci sono gia' 100.000 volontari in armi, il governo ha messo un freno. Molti vengono bloccati ai checkpoint e rimandati indietro", spiega una fonte del governo: "Se ci trovassimo in una situazione di emergenza, gli armati supererebbero il mezzo milione".
Si tratta di una forza composita, nella quale l'appartenenza tribale cede il passo alla difesa della nazione. "Basta vedere i soldati ai checkpoint. Vestono tutti in maniera diversa. Chi ha la mimetica, chi solo il giubbotto militare", prosegue la fonte. Il ruolo di queste milizie e' quello di "ripulire le citta"' dopo la conquista da parte delle Forze armate libiche, e mantenerne il controllo. In Libia tutti ricevono un addestramento, perche' e' cosi' che vuole il leader. "Anche le nostre madri sanno usare un Ak47, siamo tutti pronti alla battaglia", spiega un altro funzionario.
Tanti abbandonano le proprie occupazioni, chiudono i negozi e le attivita' e corrono al fronte: "La ricompensa e' la salvezza del Paese, della Rivoluzione, questo e' il nostro salario", si sottolinea ancora, precisando che non c'e' alcuna ricompensa promessa, alcuna altra compensazione per i guadagni mancati, solo la vittoria. Nessuno precisa con certezza il numero dei militari inquadrati stabilmente nelle forze armate: la punta di diamante e' la 32/a Brigata, il fiore all'occhiello dell'esercito libico, guidata da Khamis Gheddafi, a cui e' stata affidata in una prima fase la difesa della cintura attorno a Tripoli e che ora con i suoi carri armati guida la controffensiva verso est.
La tesi diffusa e' che si debba schiacciare Al Qaida, che ha "interessi paralleli e coincidenti" con gli occidentali. La rete di Osama bin Laden punta a dividere il Paese, "per creare un ponte verso l'Europa e incrementare i reclutamenti", mentre gli occidentali vogliono "rovesciare a proprio favore i rapporti economici sul petrolio, riportando la Libia a gestire solo il 10% delle proprie risorse, come ai tempi coloniali". "Gli occidentali sono pronti a collaborare con qualsiasi governo, anche islamico. Sanno che solo loro hanno la tecnologia e il know how per gestire il petrolio libico. Quindi avrebbero comunque un ruolo nel Paese", spiegano ancora funzionari del governo.
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