sabato 26 febbraio 2011

Nell'ospedale di Bengasi

Cadaveri in Libia

Bengasi, 26-02-2011

C'e' tensione nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Bengasi.
Ci sono ricoverati diversi sostenitori di Muammar Gheddafi feriti nella battaglia dei giorni scorsi.
Tra di loro c'e' anche "un mercenario, venuto dal Ciad", dice un'infermiera. Ma lo dice a bassa voce, indicandolo con circospezione. Teme che se si sparge la voce, qualcuno possa venire a prenderlo.
Il dottor Issa al Fathi, direttore del pronto soccorso e' piu' prudente.
"Non sappiamo bene chi sia. Di certo combatteva per il nostro leader", afferma, poi si corregge, "per il nostro ex leader". E aggiunge: "e' ferito ad una gamba, non sarebbe neanche necessario tenerlo qui, ma e' piu' prudente, come e' piu' prudente tenere qui gli altri soldati". Alcuni di loro sono feriti gravemente,  "sono in fin di vita.
Ma noi facciamo tutto il possibile per salvarli. Siamo medici, non facciamo differenze tra i pazienti", dice il dottor al Fathi con pudore, abbassando lo sguardo. Nella camera mortuaria invece nessuna prudenza: i corpi di due combattenti neri "sono certamente di due mercenari africani", dice un addetto, aprendo una cella frigorifera e mostrando i cadaveri.
Attorno alla cella, in terra, ci sono un decina di sacchi verdi con cadaveri. Sono di manifestanti, ma anche di soldati, dice un'infermiere: "Questi sono soldati che si sono rifiutati di obbedire all'ordine di sparare sulla folla e quindi sono stati uccisi e bruciati", afferma aprendo la zip di due dei sacchi, dentro ci sono dei resti praticamente irriconoscibili.
Completamente carbonizzati. Si puo' intuire che sono resti umani solo dalla dentatura.
Il dottor al Fathi ha fretta. Ha molto da fare, anche se l'emergenza dei primi giorni "della rivoluzione del 17 febbraio" si e' un po' ridimensionata. "In tre giorni - dice - abbiamo accolto 1.400 feriti, e 500 cadaveri.
Ora continuano ad arrivare dei feriti per arma da taglio. Qualche caso ogni giorno. Frutto di risse con qualche sostenitore pro-Gheddafi che ancora c'e' in giro". L'emergenza e' ridimensionata, ma non le carenze dell'ospedale, a cui e' stato cambiato anche il nome, ora di chiama "dei Martiri", come informa una tavola con la nuova dicitura inchiodata sul muro accanto al cancello di ingresso; dove sono sono state affisse anche diverse foto di "scomparsi". Per lo piu' ragazzi, sorridenti. "Abbiamo bisogno di medicinali, antibiotici, anestetico, filo da sutura", dice il dottore.
"Ma non abbiamo bisogno di plasma", lo interrompe con orgoglio il dottor Mafouzi Warfall, direttore della Banca del Sangue.
"La gente continua arrivare numerosa per donare il proprio sangue, e abbiamo quindi scorte a sufficienza. Tutti continuano a mostrare una grande solidiarieta' con chi ha combattuto - dice con un gran sorriso e alzando le dita nel segno della vittoria - per dare vita alla Nuova Libia".