sabato 26 febbraio 2011

I REPORTAGE DEGLI INVIATI - da Tripoli, Bengasi e Zarzis

Tripoli, ribelli controllano aeroporto

IL RAIS ISOLATO RISPONDE CON UNA PROVA DI FORZA

dell'inviato Marco Brancaccia

TRIPOLI - Prova di forza e di orgoglio di Muammar Gheddafi che nel venerdì di preghiera ha chiamato a raccolta nella piazza Verde di Tripoli alcune migliaia di suoi sostenitori ai quali si è presentato a sorpresa ribadendo che non lascerà mai la Libia e che è pronto a lottare fino alla fine. Al termine di una giornata drammatica, segnata da morte e violenza, nonché da una ridda di voci incontrollabili, il leader libico ha arringato la folla che lo acclamava sventolando bandiere verdi della Jamayiria e urlando più volte lo slogan "Solo Dio, Muammar e Libia!". Gheddafi si è anche scagliato contro i media internazionali, che a suo giudizio diffondono notizie false allo scopo di sobillare la rivolta, e contro i nemici di sempre. Per l'uscita pubblica del rais sono state predisposte misure di sicurezza imponenti, con posti di blocco sulle principali arterie cittadine presidiati da militari, poliziotti e miliziani armati con la fascia verde al braccio.

Una calma irreale aveva aperto la giornata: Tripoli era deserta, le moschee gremite per la preghiera del venerdì ma la tensione altissima. Infatti gli scontri sono partiti, violenti, proprio davanti alle moschee tra fedeli e sostenitori del regime. La polizia si è frapposta alle due fazioni e si sono uditi numerosi colpi di arma da fuoco. Alcuni testimoni riferiscono di morti e feriti in diversi quartieri della capitale libica, ma le fonti ufficiali smentiscono. All'uscita della moschea della Predicazione Islamica Mondiale in piazza Algeria alcune centinaia di oppositori hanno intonato cori contro il governo di Gheddafi e sono stati dispersi dalle forze di sicurezza. Parallelamente allo scontro con i ribelli, il governo libico ha dato il via ad una controffensiva mediatica accusando le televisioni satellitari panarabe Al Jazira e Al Arabiya di propagandare notizie false.

"Le tv hanno detto che interi quartieri di Tripoli erano stati bombardati dall'aeronautica e invece i palazzi sono tutti in piedi; hanno detto che c'erano delle fosse comuni con migliaia di cadaveri sulla spiaggia di Tripoli e invece si tratta di tombe di un cimitero storico della città. Hanno insinuato che Gheddafi era fuggito in Venezuela e oggi persino che era morto, ma il nostro leader ha smascherato le loro bugie apparendo in pubblico tra il suo popolo", ha detto all'ANSA Huda Fandi, responsabile della Gioventù Rivoluzionaria Libica. "Quello che è successo in Tunisia ed in Egitto è stato causato dalla povertà e dall'integralismo. In Libia invece la situazione economica è buona e quello che sta succedendo a Bengasi è un piano ben organizzato ordito da forze straniere. Me ne sono convinta quando ho visto quelle migliaia di bandiere con il tricolore della monarchia nelle piazze di Bengasi: dove le hanno prese e chi le ha realizzate in così poco tempo? Forse in Egitto, dove ci sono molti bravi sarti".

 

DALL'EGITTO A BENGASI, ECCO LA 'NUOVA LIBIA'

dell'inviato Stefano de Paolis

BENGASI - Il caos regna sovrano nel posto di frontiera di Sallum, dove dall'Egitto si entra in Libia. Ma é paradossalmente un caos organizzato. In cui alla fine le cose funzionano. Decine di migliaia di profughi in fuga dalla guerra sono riusciti nei giorni scorsi a passare. E a trovare tra centinaia e centinaia di pullman, minibus, taxi e auto private il mezzo che li aspettava, per riportarli a casa, in una delle tante città dell'Egitto, o all'aeroporto internazionale del Cairo per proseguire il viaggio. Anche stamattina il flusso di gente in arrivo era ininterrotto. Erano tutti sorridenti, evidentemente si sentivano sollevati. Moltissimi egiziani, ma anche molti orientali. Cinesi, indiani, filippini. Per lo più operai edili, in arrivo da Bengasi, dove, dicevano alcuni di loro, "la situazione è ancora molto pericolosa". Il flusso nella direzione inversa era invece limitato ad alcune decine di persone, per lo più giornalisti, in arrivo da tutto il mondo. Ma non per questo il caos era minore. Anzi. Controllo passaporti "collettivo": pochi agenti della sicurezza alla dogana raccolgono i documenti di viaggio 'a mazzetti'' e li portano tutti insieme "all'intelligence militare", in un bolgia incredibile.

Ma alla fine, poi ognuno ritrova il suo passaporto è può finalmente entrare nella "Nuova Libia", come informa un cartello di benvenuto appena passato il valico sul fronte libico, dove invece non c'é nessuno. Solo un 'addetto', che notando il giornalista italiano lo accoglie con un "benvenuto, spaghetti-maccheroni". Trovare un'auto per proseguire non è difficile. In molti, fiutando l'affare, da giorni fanno la spola tra il confine e le città della regione sul litorale: Tobruk, Derna, al Baida, Bengasi. Da lunedì, Suleiman ha fatto il percorso andata e ritorno almeno cinque volte con il suo minibus. I suoi prezzi sono modici ma lui è taciturno. Non ha voglia di parlare. Parlano invece gli insorti ai posti di blocco che si incontrano sin da subito. Sono abbigliati in stile militare. Tute mimetiche, cappelli a larga tesa. Qualcuno ha anche il giubbotto antiproiettile. Forse è il capo. Mostra a chi passa un manifesto del colonnello Gheddafi che tiene sotto-sopra e sul quale continua a sbattere delle manette, probabilmente frutto del saccheggio in qualche stazione di polizia. E' di buon umore e saluta allegramente le poche persone che passano, facendo il segno di vittoria con le dita. In giro non c'é quasi nessuno.

Si dice che gli uomini si siano mossi in massa verso Bengasi per rinforzare i comitati popolari nel timore di una nuova offensiva di Gheddafi. Anzi proprio oggi gli oppositori hanno formato un consiglio comunale per ristabilire l'ordine nella seconda città libica. Ci si ferma ad un villaggio per una sosta 'tecnica'. Suleiman è però nervoso. Fa segno che bisogna proseguire e lo fa con dei gesti eloquenti: si guarda intorno e poi si passa un dito sotto la gola, o se lo punta alla tempia. Teme che in giro ci siano ancora i famigerati mercenari africani. Ora guida veloce, passa in fretta da Tobruk dove si vedono i segni della battaglia. Diversi edifici bruciati, che si affacciano sul lungomare, poi, di nuovo il deserto. Centinaia di km in cui non c'é nessuno. Fino a Bengasi, dove già dalla periferia si vedono i posti di blocco degli insorti. Anche qui grandi saluti, sorrisi e tante bandiere nere verdi e rosse dell'era pre-Gheddafi. E tanta gente per strada. Diversi quartieri, diverse manifestazioni. Ma un solo slogan: no Gheddafi gridato da migliaia di persone felice anche se sotto una pioggia battente.

 

ZARZIS COME LAMPEDUSA, QUI 1.000 RIFUGIATI

dall'inviato Ciro Fusco

ZARZIS - Sono fuggiti dai miliziani di Gheddafi, raccontano di aver incontrato i cadaveri lungo il loro tragitto, e adesso sono rifugiati a Zarzis, in Tunisia: a circa 100 km dal confine con la Libia. Qualcuno chiede, sentendo parlare italiano: ''I nostri a Lampedusa come stanno? Potranno restare in Italia o li manderanno via? Glielo daranno il permesso di soggiorno?''. Rispondiamo di si', e li vediamo sorridere. A Zarzis, come a Lampedusa, si accolgono da giorni i rifugiati. Qui pero' non sono le istituzioni a organizzare l'accoglienza, ma la gente del posto, che ha fatto una colletta. Portano ai rifugiati cibo, coperte, medicinali, materassi. Quello che occorre, nell'emergenza, a chi e' scappato dalla repressione della rivolta. Nel centro di accoglienza, un piccolo edificio, nel quale c'e' una sala generalmente adibita a cerimonie, alloggeranno stanotte 1.000 persone. Sono quasi tutti egiziani, e sono quasi tutti uomini.

Le loro famiglie sono nel paese d'origine, l'Egitto: piu' difficile da raggiungere, percio' questa gente, che in Libia era andata a lavorare, ha scelto il confine con la Tunisia, per scappare. Fra i profughi ci sono anche una decina di donne e qualche bambino: ma loro sono state accolte nelle case degli abitanti di Zarzis. Stasera una donna del posto, in una enorme pentola, prepara la pasta. Ci sono merende, preparate alla buona, pane e formaggio. Le coperte distese a terra coprono quasi interamente il pavimento. E dappertutto ci sono le valigie: nell'esodo hanno messo alla rinfusa le loro cose assieme, ma le hanno comunque portate. Si ascolta la radio: quella tunisina propone a flusso continuo la cronaca della rivolta e della resistenza del regime libico. In Libia, invece, le emittenti locali continuano a trasmettere programmi musicali. Del resto l'ha detto anche Gheddafi: il rais vuole che il suo popolo balli.