Calzaturiero veneto in grande difficoltà
Venezia, 09-04-2011
"Nel 2010 delle 712 imprese operanti nel distretto della riviera del Brenta ben 120 sono state costrette a chiudere, mentre altre 75, gestite da imprenditori cinesi,
hanno proliferato senza sentire alcuna crisi". E' la denuncia avanzata da Cna Veneto e l'Associazione dei Terzisti Tomaifici Veneti (Atv), contro "i 'furbetti' della Riviera del Brenta che vendono il made in Italy fatto dai laboratori cinesi".
Chi fa soldi e chi chiude
In una nota su "un settore dove molte regole sembrano essere ormai saltate" le due associazioni dicono "basta con i margini da capogiro dei calzaturifici e delle grandi
griffes della moda che stanno uccidendo il tesoro dell'imprenditoria locale e così la sua filiera produttiva".
"Il dato più preoccupante - sottolineano - riguarda la chiusura di 120 aziende: 20 calzaturifici, 10 commerciali, 10 modellisti e 80 accessoristi, aziende queste ultime che rappresentano il cuore pulsante della filiera produttiva del distretto. I terzisti e i
tomaifici rimasti, molti dei quali hanno deciso di aderire alla nuova associazione Atv, denunciano di essere in gravi difficoltà".
J'accuse
Per Rosanna Toniazzo, presidente di Cna Federmoda Veneto, "è ora che tutti giochino a carte scoperte. Chi ha favorito il proliferare di tutti questi laboratori cinesi, mentre le nostre aziende ora chiudono? E' chiaro che c'è qualcuno che ciurla nel
manico, ed è davvero sconfortante sapere che spesso si tratta di coloro che dichiarano di rappresentare invece l'intera filiera della produzione della scarpa di qualità della riviera del Brenta".
Qualità e utili record
"La qualita', con cui ci vendiamo all'estero, va a farsi benedire in onore ai profitti facili - tuona Federico Barison presidente dell'Atv - e' intollerabile che i prodotti realizzati da laboratori cinesi che operano in maniera irregolare e in condizioni spesso disumane vadano a finire nelle boutique dell'alta moda di mezzo mondo a prezzi da capogiro".
Nuovi schiavi nei capannoni
"La riprova sta in una semplice constatazione: per la produzione delle tomaie il costo e' di 18 euro all'ora - spiega Barison - di cui 15 euro riguardano il costo del lavoro dipendente, 2 euro sono i costi generali d'impresa e rimane 1 euro di margine lordo, su cui poi si devono pagare anche le tasse. Ma dopo un mese di lavoro ci presentiamo per ottenere la commessa, ma veniamo scalzati dai cinesi che si
propongono con 9 euro all'ora; e non sono certo le economie di scala a garantire questo dimezzamento - conclude Barison - basta tenere in considerazione i risultati degli ultimi controlli della Guardia di Finanza in alcuni di questi laboratori".
Made in Italy prodotto all'estero
L'alternativa ai cinesi, utilizzata spesso dai calzaturifici del Brenta è quella di importare i semilavorati dall'estero. "Accade cosi' - spiega Rosanna Toniazzo di Cna Fedemoda - che l'80% delle scarpe della Riviera del Brenta, non viene realizzato dalla filiera artigiana regolare , ma da aziende operanti all'estero o imprese
cinesi irregolari in Italia".
Carta d'identità delle scarpe
Per salvare la filiera e soprattutto garantire la qualita', l'artigianalita', la tradizione del prodotto made in Riviera del Brenta è opportuno, dicono Cna e ATV, non solo intensificare i controlli delle Autorità di vigilanza, ma anche realizzare un marchio di tracciabilita' del prodotto. "E' inutile chiedere alla Regione interventi a pioggia per risollevarsi dalla crisi - conclude Toniazzo - occorrono invece interventi mirati che
valorizzino la filiera".
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