Ricatto all'ex governatore: tra i 26 capi d'imputazione per 4 carabinieri accusati, anche l'omicidio Cafasso
ROMA - A un anno e mezzo dal
ricatto all'allora presidente della Regione Piero Marrazzo, la procura
chiude l'inchiesta e si prepara a chiedere il rinvio a giudizio di otto
indagati. Per il maresciallo Nicola Testini i magistrati insistono con
l'accusa di omicidio: vittima, il pusher Gianguerino Cafasso. E il trans
Natalie rischia a sua volta di finire sul banco degli imputati per
detenzione di cocaina.
In 26 capi di imputazione il procuratore
aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli contestano all'uno o
all'altro degli indagati quasi l'intero codice penale: associazione per
delinquere, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, omessa
denuncia di reato, falso ideologico, calunnia, perquisizione arbitraria,
rapina, violazione di domicilio, concussione, interferenza illecita
nella vita privata, favoreggiamento, ricettazione, omicidio volontario
premeditato aggravato dall'uso di sostanze venefiche.
| Il trans Natalia |
Si conclude così l'inchiesta nata dal blitz dei carabinieri Luciano
Simeone e Carlo Tagliente nell'appartamento di Natalie in via Gradoli
mentre, il 3 luglio 2009, il trans era con Marrazzo. I due militari
(previo accordo, secondo l'accusa, con Testini) avrebbero minacciato
l'ex governatore «di gravi conseguenze», in modo da costringerlo a
consegnare loro ventimila euro in assegni e cinquemila in contanti. Al
quarto carabiniere coinvolto nel ricatto, Antonio Tamburrino, l'accusa
contesta di aver tentato di vendere a quotidiani, riviste di gossip e
televisioni il filmato girato nel monolocale di Natalie.
Ma l'incursione che costrinse Marrazzo alle dimissioni ha rivelato anche il
business solido e redditizio gestito dai militari infedeli della
compagnia Trionfale, arrestati il 23 ottobre 2009. Secondo la procura
Testini, Simeone, Tagliente e Cafasso avevano stretto un patto: in
cambio della libertà di spacciare senza avere fastidi, il pusher doveva
informare i carabinieri sui giri di droga e sui clienti di viado e
prostitute della zona Cassia-Trionfale.
A quel punto, i militari
avevano le notizie utili per compiere i loro blitz: dalle false accuse
montate a carico di ignari cittadini, alle perquisizioni illegali, alle
rapine (cinque) di soldi, cellulari, computer, oggetti d'oro e profumi
ai danni dei trans.
| Gianguerino Cafasso (foto Proto) |
A un certo punto però, stando all'accusa, l'accordo tra i carabinieri e Cafasso si
è rotto: il 12 settembre 2009, quando il pusher è morto in una camera
dell'hotel Romulus, sulla Salaria, dove da poco si era trasferito con la
sua fidanzata, il viado Jennifer. La morte di Cafasso era stata subito
archiviata come accidentale e invece, secondo Capaldo e Sabelli, è stata
voluta: il pusher, sostengono i magistrati, è stato ucciso da Testini
con una miscela di cocaina ed eroina. Lo scopo, si legge nel capo di
imputazione, era «procurare a sé medesimo e ai suoi complici Simeone e
Tagliente l'impunità» per il blitz in via Gradoli del 3 luglio.
Lavinia Di Gianvito,
l'articolo a pag. 2 in Cronaca di Roma sul Corriere della Sera
l'articolo a pag. 2 in Cronaca di Roma sul Corriere della Sera
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