domenica 3 aprile 2011

Afghanistan, assalto alla sede Onu Strage di stranieri: "Dodici vittime"

 

 

Un gruppo di manifestanti, talebani - che non hanno però rivendicato - secondo il governatore locale, staccatisi da un corteo che protestava per il rogo di un Corano orchestrato il 21 marzo scorso da un pastore cristiano in Florida, ha attaccato oggi con armi da fuoco la sede della Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Afghanistan (Unama) nella città settentrionale di Mazar-i-Sharif, con un bilancio di dodici morti, per lo più stranieri, due dei quali sono stati decapitati. Ma secondo fonti Onu a New York i morti potrebbero essere addirittura 20.

L’assalto all’edificio dell’Unama (la missione Onu in Afghanistan), partito dopo che i dimostranti, usciti dalla Moschea Blu della città dopo la preghiera del venerdì, hanno sfilato per le vie del centro, fino a quel momento in modo pacifico, ha avuto un carattere fulmineo e violentissimo, secondo quanto hanno riferito testimoni oculari, ed è stato accompagnato da una sparatoria e da un incendio, causa della maggior parte dei decessi.

La possibilità che nell’azione potessero essere coinvolti i talebani, circolata poche ore dopo l’incidente, è stata subito formalmente avvalorata dal governatore della provincia di Balkh - di cui Mazar-i-Sharif è capoluogo -, Ata Mohammad Noor, il quale ha sostenuto che «gli insorti hanno approfittato della situazione per attaccare la struttura delle Nazioni Unite». Ma nella loro pagina Internet, i seguaci del Mullah Omar, tuttavia, non hanno finora rivendicato l’operazione, limitandosi a dare conto dell’incidente, accusando «militari Usa di avere ucciso quattro manifestanti, fatto che ha provocato la reazione della folla» che ha attaccato l’edificio dell’Onu. In una conferenza stampa a Kabul, il portavoce del ministero dell’Interno, Zalmay Bashari, ha parlato di 11 morti, dicendo che «sette delle vittime, fra cui una donna, sono cittadini stranieri (norvegesi, romeni e svedesi) e quattro sono dimostranti afghani, mentre i feriti sono almeno 25, tutti manifestanti locali». Peraltro si è appreso che l’unica cittadina italiana operante nella sede attaccata è rimasta illesa.

Fonti della polizia hanno da parte loro indicato che anche il responsabile dell’Unama a Mazar-i-Sharif, capoluogo della provincia di Balkh, è rimasto ferito, e che due delle vittime sono state decapitate, mentre varie altre sono morte intrappolate dalle fiamme. La polizia locale ha fornito un bilancio di 12 morti, otto dei quali stranieri, fra i quali quattro o cinque soldati Gurkha nepalesi, impiegati dall’Onu per la sicurezza. Fonti del Palazzo di Vetro che hanno chiesto l’anonimato infine hanno paventato un bilancio fino a 20 morti. Le autorità afghane hanno accolto con grande preoccupazione l’accaduto, perchè meno di dieci giorni fa in un discorso in occasione dell’anno nuovo (Nowruz) il presidente, Hamid Karzai, ha posto Mazar-i-Sharif fra le sette aree considerate più sicure del Paese, in cui la responsabilità della sicurezza dovrà passare a fine giugno dai militari della Coalizione internazionale ad esercito e polizia afghani.

Non appena appresa la notizia il responsabile della Missione Onu, Staffan de Mistura, è partito per assumere direttamente il coordinamento delle operazioni e avviare immediatamente una indagine sulle responsabilità dell’incidente. Unanime a livello internazionale (Casa Bianca, Ue, Russia e Nato) la condanna e la preoccupazione per quanto avvenuto. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha parlato di «un attacco vigliacco e senza giustificazioni, qualunque ne siano state le circostanze», mentre la Farnesina in una nota ha sostenuto che «gli estremisti che alimentano in modo irresponsabile la spirale dell’intolleranza debbono essere isolati, e tutte le componenti della società afghana sono chiamate a contribuire allo sforzo di stabilizzazione del Paese».

Il rogo del Corano organizzato il 21 marzo dal pastore Wayne Sapp in una chiesa protestante in Florida era passato quasi inosservato, anche se poi i presidenti di Pakistan ed Afghanistan lo avevano condannato. Così non era invece stato alla vigilia dell’11 settembre 2010 quando una simile minaccia, poi non realizzata, aveva spinto il presidente americano Barack Obama ad andare in tv per chiedere al battagliero pastore Terry Jones e al suo aiutante Sapp di ripensarci.

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